Le "Streghe" di Brenda Lozano


Per conoscersi, una donna deve conoscere tutte le altre. Ma la sorellanza di “Streghe”, romanzo di Brenda Lozano e prima pubblicazione in Italia della scrittrice messicana (per Alter Ego), è diversa da quelle a cui ci ha abituato la letteratura femminista militante. 
Una storia attraversata dal realismo magico nel ponte tra due generazioni e due mondi in apparenza antitetici – il caotico Messico urbano e la periferia rurale impregnata di riti e credenze ancestrali. L’omicidio della curandera Paloma (realmente esistita, si chiamava Maria Sabina e a lei si erano rivolti anche i Beatles e Jim Morrison) porta la giovane giornalista Zoe alla ricerca di Feliciana, guaritrice nota in tutto il paese, che dall’anziana uccisa aveva appreso la sua arte e soprattutto il misterioso Linguaggio. La prosa di questo romanzo è immaginifica ed evocativa, la narrazione letteralmente danza alternando la voce contemporanea di Zoe a quella visionaria di Feliciana (in italiano grazie all’ottimo lavoro della traduttrice Giulia Zavagna). 
Anche qui, come nei racconti della cugina argentina Silvina Ocampo, accadono prodigi e si sublimano dolori. Di sofferenza le donne sono maestre e vittoriose combattenti e infatti “Streghe” non è soltanto una fiaba di antichi incantesimi. Le donne sanno tutto della vita perché, ieri e oggi, subiscono violenze e discriminazioni, sono punite per il successo nella carriera ed emarginate se si discostano dal modello sociale a loro assegnato.

Un libro che dimostra come il femminismo non è una caricatura rabbiosa e urlata, perché non si esprime con quelle durezze talora necessarie ma inevitabilmente divisive. Potrebbe sembrare il contrario, perché in questa storia gli uomini sono spesso detestabili antagonisti quando non pavide figure sullo sfondo, poi invece appare un padre magnifico, che tramanda alle figlie l’esempio di un’ideale comunicazione tra i sessi basata sul rispetto. Una solidarietà fondata sull’amore, che tra maschi e femmine, oltre ogni odio e prepotenza, è ancora un sogno possibile.
La quarantenne Lozano riesce anche a superare lo steccato del gender, eleggendo a depositaria del Linguaggio la muxe Paloma e inventando un’originale versione del romanzo queer, dove lo sciamanesimo non è questione di sesso ma di anime. Iniziando una conversazione con la scrittrice, citiamo Joan Didion, che nel suo “L’anno del pensiero magico” esercita il soprannaturale come conforto e auto-cura al dolore estremo (quello del lutto, ad esempio, quando in quel libro racconta di credere che il marito morto vaghi tra le stanze di casa).
Quale confine c’è tra la magia che inventiamo noi ogni giorno per affrontare l’esistenza, i riti antichi e la superstizione?
«È molto interessante questa lettura che lei fa. Uno splendido saggio di Pascal Quignard parla di Medea come mago e di come provenga da lei l'origine etimologica delle parole medicina e meditazione. Ci sono punti in cui magia e medicina si intersecano e la magia, come nel caso di Didion, può essere curativa. I confini tra le storie che ci raccontiamo o la finzione proiettata dentro di noi sotto forma di sogni o meditazioni, spesso ci aiutano a vivere. Mi sembra che sia questo rapporto tra magia e medicina, finzione e realtà, a tenerci in piedi».
Zoe e Feliciana sono diverse ma si scoprono legate dal dono del Linguaggio, mistero ancestrale la cui conoscenza è riservata alle donne. Paloma però non era nata biologicamente femmina: ha voluto un personaggio transgender perché una congiunzione superiore tra le donne fondata solo sull’origine sessuale sarebbe, in fondo, un’altra ghettizzazione?
«Sono incline a pensare che il linguaggio unisca due esseri umani indipendentemente dal loro genere. C'è una credenza chassidica che considero preziosa, secondo cui alla nascita tutti possediamo un certo numero di parole, e quando pronunciamo l'ultima tra queste parole che ci sono state date da Dio, moriamo. Penso che ciò che ci lega agli altri sia quel pacchetto di parole ricevute venendo al mondo, anzi qualcosa di ancora più esteso, immenso, che ingloba tutte le persone che esistono e sono esistite sulla terra. Abbiamo molti modi per comunicare, ma la Lingua, che ora scrivo con una lettera maiuscola, è ciò che ci collega all’umanità».
Il mondo rurale messicano celebra e rispetta i poteri delle muxe in modo quasi sacro. La transessualità, oggi terreno di scontro anche tra le femministe radicali, avrà sempre soltanto queste due opzioni - disprezzata e considerata malattia o santificata come fenomeno magico?
«È un problema interessante a cui pensare da un punto di vista antico. I popoli indigeni hanno trovato un modo di nominare la diversità e penso che ci sia molto da imparare dal loro sguardo sul mondo. C’è una frase zapatista molto bella, per me è una stella che brilla in mezzo al buio della violenza e l'incitamento all'odio, perché immagina “un mondo in cui altri mondi si adattano". Come ogni ideale, non so se questo potrà mai essere raggiunto, ma certamente noi dobbiamo lottare su quella strada. Trovo spaventoso che discorsi di trans-odium si infiltrino in correnti del femminismo. Davvero non capisco come una battaglia per i diritti umani, per la libertà di decidere sui nostri corpi, possa essere attraversata dalla stessa oscurità che è il male peggiore della nostra società».
Nel suo romanzo c’è la violenza degli uomini sulle donne - quella psicologica e sociale che assoggetta le donne a un ruolo e ovviamente quella fisica. Su questo tema ogni donna ha la sua esperienza e definizione, non c’è pace e unità neanche quando a parlare di stupro è la vittima. Quali sensazioni pensa susciti nel libro il racconto della violenza subita da Leandra?
«Posso dire quali sentimenti ha suscitato in me. Il Me Too, nonostante le differenze a diverse latitudini, ha aperto molte domande sulle pratiche che abbiamo ereditato e che molte di noi hanno assimilato come ordinarie. Certe violenze sono normalizzate e chi le subisce le comprende molti anni dopo che si sono verificate. Per fare solo un esempio mi è capitato che un professore, a scuola o all’università, facesse un commento inappropriato, e allora inconsapevolmente lo ritenevo normale. Leandra invece attraversa l’abuso mettendolo in discussione, ciò che le accade non viene mai normalizzato».
Ho trovato bello che la madre di Zoe e Leandra, a proposito del suo particolare “sesto senso”, lo abbia collegato alla sensibilità istintiva, persino uterina, verso ciò che brutto può accadere ai figli. Sa che qualcuno lo bollerebbe come un pensiero antifemminista?
«Sì, immagino che si possa anche vedere in questo modo, in realtà a me interessava che nella storia ci fossero cose che non potevano essere spiegati dalla logica cartesiana della medicina, storicamente maschilista. Il mio primo romanzo parla di un medico gastroenterologo, quasi una rockstar nel suo ramo, e invece qui volevo che Feliciana andasse ancora oltre, che fosse riconosciuta al di fuori del sistema capitalista della medicina tradizionale. Quel gastroenterologo aveva studiato latino, leggeva molti libri, era molto colto, mentre Feliciana è analfabeta e parla una lingua originale che resiste al colonialismo e allo Stato. Ma lei sa leggere il Libro, in cui vedere tutto il mondo».
El Pais l'ha definita una delle autrici under 40 più interessanti e autorevoli e lei ha scritto questo romanzo grazie a una borsa di studio. Sappiamo che di scrittura e di arte non si vive: quanto è importante essere supportati dalle istituzioni?
«In America latina gli artisti sono precari, anche se esistono un'infinità di film e storie che descrivono in modo romantico la vita di scrittori e poeti. Poi, guardando più da vicino, la violenza si interseca anche qui. Machismo, patriarcato, classismo e razzismo: non sono mai cellule isolate e attecchiscono incrociandosi. Questo significa che essere donna o appartenere a un certo strato sociale o una razza, condizionano la carriera nelle arti. Intanto, è disdicevole che le donne parlino di soldi e il risultato è presumere che se ci dedichiamo alle arti, dovremmo farlo gratis come un'eccentricità, qualcosa di strano ed esotico. Il ruolo delle istituzioni e lo stimolo a sostegno delle arti è fondamentale per tutti, ma soprattutto per le donne e i gruppi storicamente emarginati».
Oggi che non possono più mandarle al rogo, chi sono le “streghe” e come vengono distrutte dal patriarcato?
«Silvia Federici ha scritto due saggi brillanti sulla caccia alle streghe nel Medioevo, che credo siano attuali anche nel nostro presente. Pensate allo stereotipo delle streghe Disney: sono sempre donne anziane, che non hanno un partner, coprono i loro corpi con abiti neri e non fanno parte del sistema economico capitalista o della medicina tradizionale. Ma gli abiti neri della strega sono oggi quelli dell'adolescente che vuole vestirsi in modo diverso e andare in direzione opposta all’immagine femminile imposta dall'industria della moda, che non vuole essere sessualizzata. Con quel modo di vestire, costruendo la sua identità, cerca la libertà. Forse così, parlando di abiti, sembra un’analisi troppo superficiale. In Messico la ricerca di libertà è anche nelle lotte per depenalizzare l'aborto, per difendere il territorio, le lotte antirazziste, anticlassiste e antipatriarcali. Le streghe di oggi sono le persone che condividono l’opposizione a un sistema che ancora viola sia i territori che i corpi».

Nella storia di Feliciana accade che le parole non corrispondano al senso codificato: nel paese di San Juan de los Lagos non ci sono laghi, e le donne che si chiamano Dolores e Soledad ridono molto. 
La scoperta del Linguaggio è la pagina che manca a Zoe e a ogni donna che ancora non conosce se stessa. Trovarlo e scambiarselo è l’atto di solidarietà che ci salverà: lì ci sono tutte le battaglie, le umiliazioni, i traguardi e le ingiustizie. Piangere e avere il ciclo insieme, nello stesso momento.
La mia storia è la tua e quella di tutte.



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