Dice Angelica




Riposto la recensione al libro "Dice Angelica" di Vittorio Macioce, edito da, pubblicata nell'inserto culturale Mimì del Quotidiano del Sud L'altra voce dell'Italia. Le immagini del post sono dipinti di Helena Perez Garcia e Simone  Peterzano

Angelica, la bionda principessa del Catai, appartiene alla schiera di personaggi femminili letterari letali come il veleno. Dell’abilità di ridurre l’uomo in cenere è eccellente maestra, capace di portare alla follia l’eroe Orlando. Una malvagia incantatrice su cui però l’Ariosto e il Boiardo non accendono i riflettori principali della scena ma le riservano un ruolo preciso, calato dall’alto come da mansplaining: perniciosa sì, ma mero oggetto di conquista maschile, concupito bottino sessuale, maledetta e docilmente arresa a un destino di preda. Non una potente Circe ma una tentatrice istintiva, quasi animalesca – e per giunta muta, nel senso che la sua opinione sugli eventi non la conosciamo mai.

Il giornalista Vittorio Macioce fa outing rivelando che per lui pure, negli anni scolastici, Angelica fu ossessione, prima odiata (come si farebbe con la ragazza figa che asfalta a suon di friendzonature e colleziona pretendenti lasciando al suolo cadaveri), poi fatalmente adorata. Nel suo primo romanzo, “Dice Angelica”, edito da Salani, adesso le dà voce, offrendoci la sua versione di tutta la storia.


 

Figlia di un astronomo (che cerca in cielo le cose che non esistono sulla terra) e di una tessitrice di racconti, questa ragazza non è una qualunque. Per la prima volta in assoluto, ora la principessa orientale parla, si racconta, svela segreti. Con una grande sorpresa: non aspettatevi il vittimistico contraltare alla tenzone tra maschi di cui la bellissima fu palio. No, Angelica rivendica cinismo e distacco sentimentale da quel tourbillon di amanti, verso i quali prova passioni fugaci o al massimo puro agonismo seduttivo. Angelica non vuole apparire migliore, e cosa c’è di più femminista di una donna che rifiuta il ruolo di devota martire e ammette quanto il gentil sesso possa essere autore di raggiri e carognate varie? Non è una novità: greci e latini si sono svenati nel poetare per donne perfide, lussuriose e – diciamolo – stronze. Ma quale di quelle femmine imputate di cattiveria ha mai avuto l’opportunità dire la sua? Angelica non ha paura di dichiarare che Orlando, prode e schiavo d’amor cortese, non lo ricambiò perché era brutto. Mentre l’aitante Rinaldo fu per lei scommessa amorosa: conquistare il tipo indifferente che non impazzisce alla vista delle sue forme e anzi le scruta difetti fisici, convinto che la bellezza sia una truffa. E poi le ricorda il padre, l’eterna illusione di ogni bambina.

L’Angelica di Vittorio Macioce è orgogliosa perdente contro i virili ideali di vittoria dei cavalieri, un’anima errante che si fa artefice di sè. Trattata come una banderuola (spietata adescatrice per Boiardo, tenera e innocente in Ariosto), rifiuta tutte le classiche etichette femminili. Non vuol essere santa, né puttana per genere biologico. Angelica non è in nessun luogo. E non la esalta nemmeno il magico anello che le consente di diventare invisibile (per sfuggire alle voglie del maschio di turno) e soprattutto di discernere la realtà dalla finzione: «E’ il potere più inutile che si possa immaginare, qualcuno lo vuole?» La principessa venuta da Albracca non è interessata al prodigio perché sa di rappresentare ella stessa una bugia: chi è lei per i tanti che si dicono innamorati se non un sogno, la proiezione delle loro utopie? Eppure Angelica non mente – altro che ingannatrice, al contrario è ostile alla dolcezza del falso: «Odio gli sguardi di chi implora false speranze. Io non ne do».

Il romanzo di Macioce è un viaggio immersivo tra letteratura, epica e mito, con la principessa nel ruolo di evocativa cantastorie insieme a personaggi del Furioso e l’Innamorato, ai quali si uniscono ottimi comprimari nati dalla fantasia dell’autore. Di donne non c’è soltanto la divina bionda – le altre, peraltro, sono non meno pericolose. Viviana, che ruba i poteri a Merlino donandogli in cambio la serenità dell’amore; Eos, che giura passione senza fine a Titone ma quando Zeus concede l’immortalità al bellissimo giovane, vedendolo invecchiato lo tradisce e infine lo rinchiude, disgustata dalla vista di quel corpo decrepito; Doralice, che si fa rapire per sottrarsi alle nozze con Rodomonte e gli fa credere di essere stata costretta, lasciandolo nella vana attesa del suo ritorno.

Il commento dell’oste Tartufon è lapidario: «Putain. Le donne, monsieur, sono tutte così». Le donne hanno addosso il cartellino del prezzo e l’avvenenza dell’uomo non mette al riparo dalla loro natura fedifraga: lo scoprì miseramente il re Costantino, bello come il sole, scoprendo la consorte a letto con un nano. A difesa delle donne si erge proprio lo scontroso Rinaldo, spiegando che non c’è nulla di male – le donne hanno il diritto di prendersi il piacere come gli uomini, quando e con chi vogliono. Ma neanche questo basta alla pestifera Marfisia, sorella di Ruggiero, che commenta: «Grazie per la concessione, non ne ho bisogno. Il mio piacere me lo sono sempre preso senza chiedere permesso».

Dai poemi di Boiardo e Ariosto deriva la battaglia dei Pupi siciliani, una pantomima insensata che è tara dell’esistenza terrena: sacrificare l’umanità per affermare pretenziose ragioni individuali, fino al parossismo. E i Pupi ispirarono a loro volta il maestro del western Sergio Leone. Anche per Macioce Orlando è un John Wayne in un videogioco attraversato da duelli, botte da orbi e magie. Un pistolero invincibile e asessuato (con la moglie il matrimonio fu bianco) che si rovina per colpa di Angelica. Nella chanson de geste francese non sarebbe successo, lì l’eroe si limitava a casti baciamano – è con la malizia di un italiano che l’Orlando innamorato diventa hot.

Angelica, che visto il calibro dei compagni d’alcova immaginiamo gratificata da prestazioni erotiche non certo blande, alla fine perderà la testa anche lei, per un lieve tocco sul braccio. E’ Medoro, che le fa capire tutto – chi è, da dove viene. La principessa si abbandona all’Amore fino ad allora ignoto. Giace in amplessi sfrenati, come una ragazzina scrive in giro le iniziali dei loro nomi e imprudenti romanticherie: ha urgenza di gridare la sua scoperta al mondo e sfidare Dio, che assurdamente punisce il sentimento che non rispetta i canoni prestabiliti. Quell’amore, lei lo sa, non è roba convenzionale e porta guai. Orlando perde il bene della ragione, Angelica impara la paura che l’amato cambi, Medoro teme di non essere all’altezza della donna ambita da valorosi eroi e vive nell’ansia del tradimento.


 

Nell’Orlando Furioso Angelica torna nel Catai con Medoro, nel romanzo pop di Vittorio Macioce, con la colonna sonora di Battiato, De Andrè, Leonard Cohen e Lou Reed, lei scappa per scongiurare un epilogo inevitabile – solo così quell’amore durerà per sempre. L’anello magico che l’innamorato gli aveva chiesto per fidarsi di lei, però, se lo tiene stretto. Standing ovation, principessa: «Mi sto chiedendo chi sia il vero Medoro. Amore mio, non ti offendere, ma di questo anello ho ancora bisogno».

Forse la realtà non esiste e il senno di ciascuno, prima o poi, evapora verso la Luna. Astolfo, ormai vecchio e pazzo, non può più andare a recuperarlo.


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