Coda - I segni del cuore



“Coda” non ha la passione tumultuosa di “Figli di un Dio minore”, ma in questo film che per l’Academy è il migliore dell’anno emoziona molto rivedere Marlee Matlin in un ruolo simile a quello che le valse l’Oscar nel 1986. Allora recitava accanto a William Hurt (altro colpo al cuore), adesso l’attrice 56enne è una madre sordomuta nel rifacimento del francese “La famiglia Belier”, oggi diretto da Sian Heder, la storia di una ragazza unica udente in una casa di sordomuti (il titolo è infatti l’acronimo di “Children of Deaf Adults”, figli di genitori sordi). 
Essendo un remake, qualcuno ha snobisticamente storto il naso (leggi i supporter di qualche blasonato storico collezionista di nomination e mai vincitore). Certo non è un capolavoro cinematografico ma è gradevole, commuove e racconta di buoni sentimenti e belle persone – che forse è proprio quello che ci serve in questo momento. Intanto è uno young adult, genere novità assoluta tra i vincitori di Oscar, e si svolge in un villaggio costiero incantevole – location non casuale, da Dawson’s Creek a "Ogni giorno", gli adolescenti americani di periferia vivono sempre in posti di mare pazzeschi (qui Gloucester, in Massachusetts, città natale della regista) dove al termine delle lezioni posano gli zaini e vanno a nuotare. E’ un musical con canzoni fantastiche, composte da Marius de Vries e interpretate dalla giovanissima Emilia Jones, che da vera stakanovista per questo ruolo ha studiato canto e lingua dei segni e ha imparato a guidare un peschereccio.
Infine, con buona pace delle opere autoriali, questo è semplicemente il racconto di una famiglia, quindi c’è davvero tutto. Che si tratti di sordi potrebbe essere un aspetto secondario, ognuno percepisce la propria personale diversità e non sempre è quella del disabile: crescere senza amore attorno e respirare infelicità, ad esempio, ti fa sentire molto più emarginato. Chiunque si senta solo ed escluso da qualcosa che gli altri conoscono o possiedono, è diverso.

 
Nella famiglia di pescatori dei Rossi, Jackie e Frank (Matlin e Troy Kotsur) sono innamorati come ragazzini, non hanno mai smesso di fare sesso sfrenato e si divertono un sacco pure se non ci sentono. La figlia Ruby (Emilia Jones) invece è udente e non è mai stata una bambina, precocemente eletta a interprete dei genitori e il fratello Leo (Daniel Durant), che si esprimono soltanto nella lingua dei segni. A diciassette anni è diventata un’adolescente insicura e arrabbiata, ferita dal bullismo verso i suoi familiari, che la gente considerano svitati. Quando un fantastico insegnante di musica si accorge del suo talento canoro, dovrà superare le paure ed esporsi, cicatrizzando la vergogna della prima volta in cui aveva provato a parlare emettendo suoni sgraziati e ridicoli.
Però poi i sogni fanno stare troppo bene per respingerli e se pensi di essere vicinissima ad avverarli è tosta dire di no. In scena c’è un classico scontro generazionale tra una figlia che vuole seguire la sua strada e genitori che non vogliono lasciarla andare via. Ma in questo caso i genitori hanno realmente bisogno di lei, perché quella ragazza è il filo che li collega a un mondo altrimenti muto e ostile – ostile anche perché sono loro stessi a rifiutarlo, a non accettare la necessità della comunicazione con gli udenti. No grazie, siamo sordi. C’è una circolarità di sfavillante metacinema in Jackie-Matlin, che con disperato orgoglio vuole avere a che fare soltanto con persone sorde, esattamente come in “Figli di un Dio minore” faceva il personaggio di Sarah.

La misura dell’amore è nel volere il bene dell’altro, a costo di sacrificare il proprio. Ed è quello che faranno reciprocamente i Rossi sordi e udente. Oltre ai “segni del cuore” (titolo italiano sdolcinato e inadatto a definire la lis, che è espressività creativa, forza, passione), il grande linguaggio di questo film è la musica. Che sia suono o vibrazione di un potente groove, quel battito riesce a spiegare cosa significhi amare. La scena più bella e importante non si può raccontare, è silenzio puro che mette i brividi solo a immaginare, per brevi e lunghissimi istanti, come sia non sentire nulla.
“Coda”, che ha vinto tre Oscar su tre candidature, al miglior film, sceneggiatura non originale e attore non protagonista (Kotsur, un indimenticabile padre tenero e stralunato), è un remake, molto diverso e più politicamente corretto del predecessore francese del 2014, dove l’incrocio tra l’ingrata età adolescenziale della protagonista e il conflitto familiare è rappresentato all’europea, con graffiante dissacrazione. “La famiglia Belier” fu però molto criticato dalla comunità sorda perché recitato da attori udenti, che percepivano questa scelta come offensiva al pari della “blackface” (l’odiosa e iperrealistica tintura del viso di attori che interpretano personaggi neri); mentre in “Coda” gli interpreti sono sordi anche nella vita vera. Kotsur, in particolare, ha dichiarato di avere molte somiglianze con il suo personaggio, essendosi occupato da ragazzo di un genitore paralizzato, e avendo una figlia udente.
Dopo due ore di lacrime, sorrisi e vagonate di sospiri, avremmo anche potuto fare a meno del lieto fine e sarebbe andato bene ugualmente. Però il bello è che tifiamo tutti per Ruby e quindi dev’essere così. Spegnete i notiziari di guerra e guardate questo film con i vostri figli, stavolta l’Oscar è andato alla voglia di credere ancora nei sogni, nonostante tutto.


Commenti

Post popolari in questo blog

Donne dell'anima mia