Drive my Car



Poesia ed esistenzialismo, armonia purissima di immagini e parole. E’ l’impatto immediato, sin dai primi fotogrammi, di “Drive my car” di Hamaguchi Ryusuke, un’opera profondamente giapponese ma senza traccia di zen, nonostante i temi - vita, morte, amore, colpa - collimino alla perfezione con la filosofia orientale. 
Invece il film candidato a quattro Oscar tutti della fascia principale è molto europeo, cosa che non stupisce da un regista che ha rifatto Solaris (precisando di ispirarsi all’originale di Tarkovskij e non al remake di Soderbergh) e che adora Eric Rohmer. Con le impeccabili conversazioni del maestro francese c’è infatti davvero molta somiglianza in questa storia lirica, dove centrale è però il ritmo dialogico sincopato e plateale del teatro, qui contenitore taumaturgico di un processo di autoconsapevolezza dei vari personaggi. 
Per una coincidenza benedetta, questo film che, a meno di vittoria agli Oscar, difficilmente vedremo a tappeto nelle sale (gli esercenti non collocano alla leggera tre ore piene, che però ci stanno tutte, neanche un minuto è superfluo), arriva in streaming su Sky in contemporanea con la notizia della sostituzione a Mosca del McDonald con un improbabile marchio nazionalista battezzato Zio Vanja. Ed è il caso di servirci di questa opportunità per ricordare che Vanja non è la sigla di un fast food ma un immortale testo drammaturgico di Anton Cechov, paradigma della nostalgia per la giovinezza perduta e i desideri repressi e poi vanamente rimpianti.
Nel film il capolavoro di Cechov attraversa la vita del regista Kafuku Yusuke (il nome significa "casa della fortuna"), che ha interpretato Vanja preparando il lavoro insieme alla moglie Oto, morta per emorragia cerebrale nella sera in cui voleva rivelare al marito qualcosa che forse avrebbe cambiato per sempre la loro unione. Già colpiti dal lutto della figlia, uccisa a quattro anni da una polmonite, i due hanno instaurato una simbiosi sentimentale e artistica attorno alla creazione di racconti – ideati da Oto durante gli amplessi notturni con il marito e poi memorizzati da lui e scritti da lei sotto dettatura per trasformarli in sceneggiature. Una di queste narrazioni è rimasta incompiuta, monca del suo finale, come la vita della donna.
Anni dopo, Kafuku (Nishijima Hidetoshi) è invitato a mettere in scena Zio Vanja per un festival teatrale a Hiroshima, e durante la residenza gli organizzatori gli affiancano una giovane autista, che guiderà la sua auto nel periodo dell’allestimento. Misaki (Miura Yoko) ha la stessa età che avrebbe avuto la figlia del regista, taciturna e concentrata esclusivamente sulla guida, ma subisce il fascino di una cassetta (dettaglio deliziosamente vintage che ci dà qualche indicazione sullo sfondo temporale della storia) con la voce registrata di Oto. Il nastro contiene le battute dell’opera di Cechov e Kafuku lo usa come uno dei libri parlanti di Fahrenheit 451, per ripetere la parte. Presto la ragazza e il regista iniziano a parlare dei loro vissuti, spinti insieme dall’evocazione inarrestabile di Vanja: per Kafuku è un personaggio terapeutico, da cui, dopo aver perso Oto, vuole scappare, per non essere costretto a guardare, in quello specchio, dentro il suo animo.
Uguale percorso faranno gli altri attori dello spettacolo e soprattutto lo spavaldo Kakatsuki (Okada Masaki) già amante di Oto, che orchestra un personale delitto e castigo per autoredimersi da un vuoto narcisistico divenuto insopportabile.

 
Tratto da un racconto di Murakami, “Drive my car” indaga sul valore della comunicazione come elemento di salvezza dell’umanità. Non sempre a farci conoscere l’altro bastano però le parole, e allora si va alla cieca, sbattendo su altri corpi con la passione fisica o custodendo l’ideale di un amore elevato anche a costo di mentire sul reale stato delle cose. Ma si fallisce, e l’unico modo per uscire dalla bolla della solitudine è la discesa dentro la propria personale verità, per terribile e paurosa che sia: solo questa nuda ammissione dei nostri errori e fragilità ci consente di capire, in modo irrazionale eppure infallibile, l’essenza di coloro che amiamo. Misaki è il deus ex machina (in questo caso un’iconicissima Saab 900 rossa) della vicenda: dalla sua selvatica ritrosia sboccia la saggezza di una giovane donna ferita ma riedificata nell’istinto di protezione che ha dovuto imparare per sopravvivere. Diventata autista per prendersi cura di una madre instabile, ha maturato una metamorfosi del trauma ed è felice di guidare ed essere apprezzata in quest’abilità, che da ragazzina era stata per lei un’odiosa incombenza. 
L'assenso di Kafuku a farle guidare la sua auto è un invito a condividere con Misaki la possibilità di un risarcimento affettivo, l'utopia della famiglia perduta da entrambi.
Trionfatore annunciato agli Oscar (dove potrebbe ripetere il colpaccio di “Parasite”, un altro osannato titolo asiatico, con il doppio miglior film, principale e straniero, oggettivamente avendo più chance del nostro Sorrentino), “Drive my car” ha conquistato la critica d’elite vincendo l’anno scorso il Fipresci a Cannes. E senza perderci in giri di parole, è un film bellissimo.
Tra flashback esatti nella scansione narrativa e una fotografia mozzafiato di pittorici paesaggi innevati e orizzonti marini fluidi, quasi metafora psicanalitica della mente umana, Hamaguchi (e Cechov, e Murakami) conducono lo spettatore a riflessioni sul sé per nulla cervellotiche ma naturali – e non per questo indolori. «Cosa vuoi fare ora? Bisogna vivere – dice Sonja allo zio Vanja – e noi affronteremo giorni e notti interminabili, e quando arriverà la nostra ora riposeremo».


 
L’epilogo è spiazzante – improvvisamente dobbiamo vivere proprio oggi, nel tempo più oscuro della nostra storia, e appaiono le mascherine (un inatteso pugno nello stomaco, in questi anni letteratura e cinema hanno siglato un tacito patto emotivamente difensivo per oscurare i segni del Covid, ma ormai la pandemia non è più una condizione temporanea e dobbiamo prenderne atto).
Ma nel film c’è anche un’impronta premonitrice, e questa non avremmo potuto immaginarla. La pace non è solo quella interiore dei personaggi, ma anche l’auspicio a cui è intitolata la linea di Hiroshima, il lungo percorso che va dal memoriale della bomba al mare. Se non ascoltiamo i nostri cuori, ricorda Vanja, arriverà l’ora in cui sarà troppo tardi e non si potrà più tornare indietro.

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