La famiglia Belier



“Coda” ha vinto l’Oscar, “La famiglia Belier” il premio di media portata Salamandre d’Or, ma all’epoca (era il 2014) la commedia di Eric Lartigau non era stata minimamente calcolato dalla stessa Academy che quest’anno ha fatto trionfare un film gemello. Remake molto fedele tranne le ovvie differenze di ambientazione (nel primo c’era una famiglia di allevatori, nel secondo si tratta di pescatori), “Coda” è tuttavia molto diverso dall’originale. La differenza è quella che sempre esiste tra un film europeo e uno americano – due pianeti sideralmente opposti, e si vede. Troppo poco forse per ignorare il primo ed osannare il secondo.
Come ho già avuto modo di scrivere, io non sono tra quelli che dopo la vittoria di “Coda” hanno gridato allo scandalo e alla deriva qualitativa degli Oscar. Men che meno tra gli indignati per l’ennesimo smacco all’eterno pluricandidato Paul Thomas Anderson – “Licorice Pizza” non mi ha conquistata e l’ho trovato molto esercizio di perfezione; un film da consenso dogmatico tipo apparizione della Madonna che non ha bisogno di dimostrare nulla così come, in un riflesso parallelo, a “Coda” si chiede di dimostrare e giustificare tutto.
Detto questo, so che il vincitore non è un capolavoro cinematografico, e inoltre, avendo visto pure “La famiglia Belier”, considero quest’ultimo migliore. Si tratta, però, di una preferenza assolutamente personale: entrambi i film raccontano la sordità in modo dissacrante, hanno un focus giovanile ed emanano buoni sentimenti e tanto amore. La figata dei Belier per me è stata la musica – che poi è il grande motore degli eventi nei due film. Perché le canzoni di “Coda” con Joni Mitchell e le composizioni di Marius de Vries cantate dalla magnifica Emilia Jones sono indubbiamente belle ma, sebbene con un’asticella ben al rialzo, siamo in zona musical giovanili (eccetto, appunto, il punto a favore della voce dell’interprete). E non c’è paragone con le irriverenti arie del popolare chansonnier Michel Sardou, un tripudio di voluttuoso pop melodico che nella “Famille Belier” inneggia alle variegate sfaccettature dell’amore. Non a caso il professore di musica di questo film propina Sardou, in voga negli anni Settanta, alla sua classe di sedicenni, che ovviamente come prima reazione sbuffano, considerandolo vecchiume. Ma poi saranno trascinati dall’audacia di parole e note di “La Maladie d’amour”, lo scoppiettante “La Java de Broadway”, “En Chantant” (scritta insieme al nostro Toto Cutugno), “Je vais t’aimer”. Altro che matusa, quel tizio dice agli adolescenti che l’amore travolge da 7 a 77 anni e infuoca tra le lenzuola sia capelli biondi che grigi. Che quando si è innamorati si pensano e fanno cose che farebbero impallidire il marchese De Sade, arrossire le prostitute, sfidare l’ira divina. Ecco, io ho adorato questa riscoperta pro teenager di Sardou: quelle parole gorgheggiate da Louane Emera (una delle rare ma preziosissime scoperte dei talent, vincitrice di “The Voice” francese), che sembra la Biancaneve disneyana che cinquetta agli uccellini, sono fuoco, desiderio, rivelazione di un segreto – il passaggio di un testimone tra amanti di anagrafe diversa, che solo accesi da quella fiamma scoprono una comunanza di emozioni, oltre ogni scontro generazionale.
Il film di Lartigau mi è piaciuto anche per alcune idee provocatorie almeno quanto la scelta delle canzoni di Sardou. Perché si parla di amori (nuovi, fugaci, collaudati), e la pudicizia è bandita. Quello che in “Coda” è un gioco di battute a doppio senso qui è più esplicito: c’è il ciclo mestruale che arriva all’improvviso macchiando di sangue i jeans di Paula; il fratello minore che stuzzica l’amica della sorella per perdere la verginità e rischia lo choc anafilattico per una crisi allergica al lattice del preservativo; la madre che costretta a mettere in pausa i rapporti sessuali completi con il marito per curare un’infezione gli promette senza parafrasi altre prestazioni e le chiama con il loro nome, che fa ben altro effetto della terminologia scientifica…
Ed è feroce, spietato anche il rapporto dei Belier sordi con la loro condizione, una solitudine arrabbiata e orgogliosa, senza nessun tentativo di praticare tolleranze o aperture. Mentre in “Coda” per la signora Rossi (Marlee Matlin) la nascita di una figlia udente era stata accolta con rifiuto per paura di non poter essere una buona madre, Gigi Belier (Karin Viard) ammette di averla disprezzata perché odia quelli che ci sentono. La frase più bella del film la pronuncia però il padre Rudolphe (Francois Damien), che si candida a sindaco e spiega alla figlia, citando Obama, che essere sordomuto non lo penalizzerà come non ha frenato la corsa del presidente nero - perché non la razza o la sordità non sono handicap ma identità. Nelle scene madri dei due film poi – fateci caso – le ragazze sostengono il provino per l’accademia di canto e si esibiscono davanti ai commossi genitori traducendo per loro il brano nella lingua dei segni. Ma la canzone dell’americana Ruby esalta la solidarietà familiare e l’amore incondizionato, quella della francese Paula (“Je vole”, traccia principale dell’album di esordio di Louane) parla di distacco e crescita, di inesorabile separazione tra padri e figli, di ambizioni personali a cui non si può rinunciare, anche se qualcuno dei cari soffrirà.
Insomma, possiamo dire che “Coda” ha preso una bella idea e l’ha usata per un remake a misura, giusto, corretto, da serata in famiglia. Se non fosse che il “ma” steso come un ponte lunghissimo tra i due film è nella valenza apportata dagli attori. Quelli di “Coda”, a partire da Troy Kotsur, sono eccezionali ed è impossibile non amare o dimenticare i loro personaggi. In più sono sordomuti, invece nel film francese ci sono attori udenti che, a parere della comunità sorda, avevano offerto una rappresentazione iperbolica e macchiettistica (la lis non è recitazione, è una lingua, e molti sordomuti hanno dovuto leggere i sottotitoli perché c'erano errori che rendevano i dialoghi incomprensibili), quasi ridicolizzando le persone che non sentono. Lo straordinario cast di “Coda” gioca la carta che vince e sbaraglia tutto. L’Oscar sta interamente qui, ed è abbastanza.

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