Black Phone



“Black Phone” è un cult annunciato che non delude le attese. Rigorosamente per amanti del genere, dove si intende quello dei thriller con venature spaventose e in parallelo quello della letteratura horror. D’autore però, perché stiamo parlando di un regista come Scott Derrickson (“Doctor Strange”; “Sinister”) e uno scrittore come Joe Hill, mezzo pseudonimo del figlio di un certo signor Stephen King. Questo classico film da brividi estivi, ma assolutamente non banale, è tratto da un omonimo racconto dell’antologia “Ghosts”, astutamente scelto per le sue numerose somiglianze con un grande successo narrativo e cinematografico, “It”. Sfruttate visivamente al massimo da Derrickson con citazioni iconiche come la ragazza dall’impermeabile giallo sotto una pioggia carica di presagi terrificanti (lo indossava il mitico Georgie, sfortunata prima vittima di Pennywise dell’ennesima ondata di delitti infantili di Derry e fratellino di uno dei Perdenti), i palloncini del cattivo, qui neri, e la ghignante maschera clownesca, qui resa più orrida da corna luciferine. Sotto la maschera c’è un attore superbo, Ethan Hawke, che va bene l’età ma è pur sempre un bel tipo e stavolta accetta la sfida di coprire il suo viso apollineo con il travestimento del serial killer di bambini Rapace (lo vedremo in faccia, fugacemente, solo nella scena più emozionante del film, durante l’epico scontro finale con il giovane Finney). Per interpretare questo ruolo ha fatto un’eccezione alla sua regola di rifiutare parti da malvagio (“no bad guy, please”).
La trama di film e racconto attinge a piene mani da un tradizionale canovaccio horror, ma ad innalzare la qualità è la scelta di puntare non sulla paura a buon mercato ma su emozioni subliminali, che fanno leva sulla psiche e smuovono acque profonde. Un trend molto battuto dai film d’orrore degli ultimi anni e che vede questo genere ampiamente riscattato dall’etichetta snob di prodotto grossolano e di serie B (un nome su tutti, il maestro M. Night Shyamalan con “The visit”).
Ma torniamo a “Black Phone”. C’è una piccola comunità americana sconvolta da rapimenti di adolescenti ad opera di un misterioso pedofilo, soprannominato il Rapace. Dopo la scomparsa di alcuni compagni di scuola, nelle sue grinfie finisce anche Finney (Mason Thames), ma il sanguinario sequestratore non sa che il ragazzo ha una sorella sensitiva, Gwen (Madeleine McGraw), la quale ha ereditato dalla madre suicida la facoltà di sogni premonitori. Lo stesso Finn ha una sua dote soprannaturale e nella cantina della prigionia, dove aspetta terrorizzato le promesse sevizie del Rapace, tramite un telefono nero apparentemente guasto, riesce a mettersi in contatto con le anime degli altri ragazzini uccisi, che lo aiuteranno a salvarsi e debellare l’omicida.

Non poche le differenze tra soggetto letterario e film, dove il primo utilizza meno alcuni espedienti prettamente cinematografici, come la presenza di più personaggi (nel racconto c’è un unico aiutante dall’aldilà e la sorella del protagonista e il fratello del killer hanno meno spazio) e un’immagine grandiosa e scenografica del Rapace.
Lo svolgimento degli eventi è avvincente e immerso in una deliziosa atmosfera d’epoca (siamo alla fine degli anni Settanta), grazie anche alla fotografia vintage. E sebbene la carcerazione delle vittime di serial killer sia peculiare, non si può fare a meno di richiamare alla memoria (citazione voluta?) alcune immagini claustrofobiche e angoscianti del “Silenzio degli innocenti” di Demme – la mappa dei rapimenti e persino la casa dello psicopatico con i suoi cunicoli segreti sono uguali. L’effetto dell’ambientazione è straniante e implacabile, e fa davvero tutto il lavoro: bastano appena poche apparizioni splatter e pochissime urla, il resto è già apparecchiato alla perfezione in quella oscura cella sotterranea e nelle voci inquietanti dei cadaveri seppelliti sotto i piedi del timido Finn.
Bullismo, omofobia e xenofobia (ancora i Perdenti che poi, investiti di una tremenda ira dei buoni, diventano eroi) creano uno sfondo da storia di formazione, tanto caro ai King padre e figlio. Se abbiamo subìto isolamento e derisione nell’adolescenza, restiamo eterni ragazzi impauriti e un bel giorno dobbiamo crescere e imparare a difenderci da soli, che sia da un mostro irreale o da un assassino in carne e ossa. Alla fine, nel film e nel racconto, Finn e Gwen ce la fanno. E siamo un po’ felici anche noi spettatori, soprattutto se da bambini non abbiamo giovato dell’alleanza di baldanzosi fantasmi come quelli del telefono nero. Il senso di una solidarietà contro le nefandezze degli adulti si staglia chiarissimo e forte. La vera giustizia possono farsela, da sé, soltanto i bambini. Uniti sempre, anche se classificati in caselle sociali diverse o inimicati da qualche baruffa. Uniti, e proprio per questo invincibili. Seppure nera, è in fondo una bella favola, ma crederci fa bene.

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