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I bambini uccisi dai genitori non esistono per nessuno

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Quando leggiamo di un padre o una madre che uccidono un figlio, se siamo genitori ci sentiamo angosciati. Non è solo sconcerto, non è dolore – questi sono sentimenti comprensibili: siamo sconcertati perché amiamo i nostri figli e ci domandiamo come possa accadere un orrore simile, è inspiegabile per noi; siamo addolorati perché non riusciamo a non pensare a quella sofferenza inflitta ai nostri figli, per un genitore i bambini sono estensione simbolica della propria prole e sentiamo sulla loro pelle ogni male che si faccia a un minore, in generale.

Contro i figli

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Lina Meruane non è la prima autrice che osi profanare il divino concetto di maternità. “Contro i figli”, pamphlet della scrittrice cilena tradotto in Italia grazie a La Nuova Frontiera, va dritto al punto azzerando qualunque orpello politicamente corretto. La sua posizione ultrafemminista è dichiarata, ribadita ad ogni pagina senza possibilità di equivoci – il libro è una riedizione aggiornata del testo già pubblicato da Meruane nel 2014, il cui piatto forte è l’analisi critica (e sfacciatamente non imparziale) di un excursus esauriente sulle donne nella società occidentale del XXI secolo. Cuore pulsante di questo modello familiare di radici arcaiche è l’inviolabilità dell’istinto materno e la sua concreta realizzazione lungo tutto l’arco dell’esistenza femminile. In tante avevano già intinto sdegnate penne in una militanza dura contro quello che, nei fatti, travestito da senso di sacralità del grembo, ha rappresentato per anni uno strumento di sottomissione – o almeno di dislivell...