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Visualizzazione dei post con l'etichetta oscar

Women Talking

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E’ luminoso e insieme lancinante il finale di “Women talking”, bellissimo film di Sarah Polley nella cinquina dei candidati all’Oscar. Nell’ultimo fotogramma – che non rivelerò – è racchiusa la speranza di un altro mondo possibile per le donne, edificato da loro stesse liberandosi con le unghie sanguinanti conficcate nella terra, gli occhi tumefatti, i brutali lividi delle violenze. Speranza, ma anche disillusione: qualsiasi donna veda il film sentirà fortissima questa morsa nelle viscere perché non ce l’abbiamo ancora fatta a garantire alle nostre figlie che il loro futuro sarà diverso.

The Whale

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Quando la scena arriva, lo capiamo subito quello che sta accadendo, ma ormai siamo lì, colpiti dallo spannung in modo violentissimo e scioccante. Vediamo l’obeso Charlie ingurgitare cibo riempiendo il suo corpo gonfio e agonizzante con altro veleno.

Il potere del cane

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Durante la visione di “Il potere del cane” si avverte una sotterranea inquietudine, che inizia come rumore di fondo e poi, senza poterlo evitare, diventa oppressione, angoscia, tormento. Premesso questo, aggiungere che il film di Jane Campion è molto bello potrebbe somigliare a una confessione di masochismo: perché vedere qualcosa che provoca sofferenza? 

Drive my Car

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Poesia ed esistenzialismo, armonia purissima di immagini e parole. E’ l’impatto immediato, sin dai primi fotogrammi, di “Drive my car” di Hamaguchi Ryusuke, un’opera profondamente giapponese ma senza traccia di zen, nonostante i temi - vita, morte, amore, colpa - collimino alla perfezione con la filosofia orientale. 

King Richard

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Se non è questo il sogno americano, non saprei quale lo sia mai stato. Ma dietro la storia vincente delle campionesse Venus e Serena Williams ci sono le ferite e il coraggio di una famiglia, che al cinema ora si racconta nel bel biopic “King Richard” di Reinaldo Marcus Green, candidato a sei Oscar (tra cui miglior film, sceneggiatura, attore protagonista e attrice non protagonista, la bravissima Aunjanue Ellis nel ruolo della madre).

Il capo perfetto

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Premessa cinica ma oggettiva: un po’ tutti quelli che abbiano mai lavorato nel privato riconosceranno in modo inequivocabile situazioni e personaggi di “Il capo perfetto”, film di Fernando Leòn de Aranoa scelto per rappresentare la Spagna agli Oscar. 

Una donna promettente

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Varrà la pena di vederlo al cinema soltanto per salutare con un applauso collettivo in sala la scena finale di “Una donna promettente”, film di Emerald Fennell con la strepitosa Carey Mulligan, che corre agli Oscar per cinque nomination di peso (film, regia, attrice protagonista, sceneggiatura e montaggio). La regista, esordiente, ha girato il suo film in 23 giorni al settimo mese di gravidanza ed è la prima donna britannica ad ottenere la candidatura, il che già basterebbe per farne un’opera orgogliosamente femminista. Sarebbe semplice definirlo tale perché è un film che parla di stupro, ma la novità è il modo in cui Fennell sceglie di raccontare una ferita che per le donne rimane aperta e bruciante anche dopo anni di attivismo, rivendicazioni e leggi. 

Pieces of a Woman

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Un film costruito unicamente sulla bravura di un attore è di solito destinato al fallimento. Non può bastare e i registi che invece lo pensano tradiscono un immaturo narcisismo, facilmente smascherato dallo spettatore. Ma non è il caso di “Pieces of a Woman”, il bel film dell’ungherese Kornél Mundruczó con Vanessa Kirby, folgorante nel ruolo di una donna che vede morire la figlia pochi attimi dopo la nascita.

Parasite

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Scene di lotta di classe in una Corea del Sud surreale che, fino a poco più di un mese fa, all’epoca del trionfo agli Oscar di “Parasite”, sembrava narrata in futuro distopico. A vederlo oggi, in piena quarantena da Covid-19, questo film di Bong Joon-ho che merita tutti i premi guadagnati (i più importanti, oltre le quattro principali statuette dell’Academy, sono la Palma d’Oro, un Cesar, un Golden Globe e un David) appare un po’ meno fantascienza e ben più vicino a una contemporaneità da incubo in cui la vita è un incessante e spietato palio sociale tra gli esseri umani. Oggetto del desiderio non è la sopravvivenza tout court ma l’elevazione di status, lo scatto evolutivo di ceto e la conseguente esibizione di sfarzo come riconoscimento pubblico dello “strappo” evidente da quelli che restano giù, nei bassifondi.

Joker

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“Perdona la mia risata, ho una malattia”, è scritto sul biglietto vergato in corsivo elegante e un po’ luttuoso che Arthur Fleck esibisce quando qualcuno s’indispettisce per l’irrefrenabile riso che lo travolge senza senso né riguardo in mezzo alla gente. Eppure, annota lui su un diario di pensieri schizofrenici, pure quando sanno che la tua mente è malata, gli altri si aspettano ugualmente che tu ti comporti come se non fosse così. Ed ecco che il comico fallito Joaquin Phoenix è per tutti sgradevolmente patetico, forse anche ridicolo ma mai divertente, ciò che invece è la massima aspirazione di quel giovane disadattato in cerca di gloria in una Gotham City soffocata dal degrado.