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Visualizzazione dei post con l'etichetta morte

Kinds of Kindness

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C’è un po’ di tutto quello che abbiamo visto finora di Yorgos Lanthimos in “Kinds of Kindness”, ultimo film del regista greco con la musa Emma Stone, qui affiancata da Willem Defoe, Jesse Plemons e Margaret Qualley (altra attrice feticcio del cineasta ellenico).

The Whale

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Quando la scena arriva, lo capiamo subito quello che sta accadendo, ma ormai siamo lì, colpiti dallo spannung in modo violentissimo e scioccante. Vediamo l’obeso Charlie ingurgitare cibo riempiendo il suo corpo gonfio e agonizzante con altro veleno.

Drive my Car

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Poesia ed esistenzialismo, armonia purissima di immagini e parole. E’ l’impatto immediato, sin dai primi fotogrammi, di “Drive my car” di Hamaguchi Ryusuke, un’opera profondamente giapponese ma senza traccia di zen, nonostante i temi - vita, morte, amore, colpa - collimino alla perfezione con la filosofia orientale. 

La fatica e lo splendore dell'esistenza in "Due vite" di Emanuele Trevi

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Questa mia recensione del romanzo " Due vite" di Emanuele Trevi , edito da Neri Pozza, è stata pubblicata sul Quotidiano del Sud

A chi fa bene il Wellness

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Attenzione, ciò che arriva dalla natura non è buono in modo assoluto: se usato nel modo sbagliato può fare molti danni. La nuova serie Netflix “A chi fa bene il wellness” suscita una certa suggestione in chi è attratto da olistica, medicina alternativa, biocosmesi e diete zen (ed è chiaro come lo scopo sia esattamente questo). 

Favolacce

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Se è vero che, come scrisse Gilbert Keith Chesterton, le fiabe non insegnano ai bambini che il drago non esiste perché lo sanno già, il roseo epilogo di questa citazione (i draghi possono essere sconfitti) non è altrettanto tale nelle “Favolacce” di Damiano e Fabio D’Innocenzo. L’unico rimando fiabesco del secondo film dei registi e fratelli romani è semmai alla sfumatura nerissima delle storie dei Grimm, chiaramente nella versione originale (l'educorante disneyano è agli antipodi). Rabbia, sadismo, follia degli adulti sono raccontati come in una mitologia dark nella pellicola premiata a Berlino con l’Orso d’argento per la sceneggiatura. 

Il nuovo metodo danese per educare i bambini alla felicità

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Ogni insegnante conosce (o dovrebbe conoscere) la celebre citazione di Einstein secondo cui tutti nasciamo geni ma “se giudichiamo un pesce in base alla sua abilità di arrampicarsi su un albero, quello passerà la vita a sentirsi un idiota”. Famiglia e scuola sono i principali responsabili del senso di fallimento che segna in modo doloroso e spietato l’esistenza di tanti ex bambini educati a considerarsi incapaci perché gettati per anno in un ambiente competitivo e spinto all’unico scopo di primeggiare. 

Joker

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“Perdona la mia risata, ho una malattia”, è scritto sul biglietto vergato in corsivo elegante e un po’ luttuoso che Arthur Fleck esibisce quando qualcuno s’indispettisce per l’irrefrenabile riso che lo travolge senza senso né riguardo in mezzo alla gente. Eppure, annota lui su un diario di pensieri schizofrenici, pure quando sanno che la tua mente è malata, gli altri si aspettano ugualmente che tu ti comporti come se non fosse così. Ed ecco che il comico fallito Joaquin Phoenix è per tutti sgradevolmente patetico, forse anche ridicolo ma mai divertente, ciò che invece è la massima aspirazione di quel giovane disadattato in cerca di gloria in una Gotham City soffocata dal degrado.