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Visualizzazione dei post con l'etichetta trauma

Baby Reindeer

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Una volta, parlando di un’altra persona, un amico mi disse che quello aveva proprio l’aspetto di uno che eccetera eccetera. Un’altra volta dissero qualcosa di simile su di me – però direttamente a me, e lo apprezzai – cioè che io davo l’impressione di essere una persona facile da sopraffare. Ma il concetto per qualcun altro si declinava in modo diverso: io appaio come una persona spesso in difficoltà e che però ispira voglia di proteggerla, andare in suo soccorso. Aggiungendo che la mia è una caratteristica molto femminile con doppia interpretazione – da una parte attraente, dall’altra capace di far leva su una sorta di gattamortismo ovviamente fintissimo e con finalità opportunistiche. Sono considerazioni emerse dalla mia memoria dopo aver visto la serie tv Netflix “Baby Reindeer”, e che mi hanno fatto pensare che quelle catalogazioni di persone (spesso su lombrosiane caratteristiche fisiche ma anche basate su posture, movenze, gestualità e timbro di voce) traducono ciò che il protago...

Il buco in testa

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Abbiamo risposto alla violenza con altra violenza… pure la loro lo era, di un tipo diverso ma sempre violenza – dice a Maria l’ex terrorista Guido, che le ha ucciso il padre quando lei non era ancora nata. Parole sconnesse, incerte, dove vibra non il pentimento ma una scia di rabbia consunta. Sono le ataviche contraddizioni degli anni di piombo, raccontate nel film “Il buco in testa” di Antonio Capuano, presentato fuori concorso al Torino Film festival . Capuano s’ispira a un vero fatto di cronaca, l’assassinio del poliziotto Antonio Custra, colpito a morte dal proiettile sparato dall’estremista Mario Ferrandi durante una manifestazione di Autonomia Operaia a Milano, nel 1977. 

Freud

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Ho visto la serie tv su Sigmund Freud con due mesi di ritardo: eccetto gli spoiler, sapevo cosa aspettarmi e cosa no. Sapevo che non si tratta di un biopic documentato e che di psicanalisi si parla poco e di casi reali zero. Premesse tutte sfavorevoli, che aumentano le probabilità che la miniserie Netflix non piaccia a chi (io ero tra questi) decide di guardarla perché interessato allo scopritore dell’inconscio e ai suoi studi. La prima puntata conferma dopo pochi minuti che il dottor Freud è semplice ispiratore di un plot misterioso e a tinte nere, al limite dell’horror. Forse autorevole nume tutelare, quello sì, di un racconto che, come appunto fece il padre della psicanalisi, indaga senza filtri le zone segrete dell’animo umano. Ma l’idea è: famolo “strano”, perché cosa c’è più spaventoso, visionario e perverso della nostra anima? Carta bianca, dunque, e acceleratore esoterico al massimo con virate decise sul raccapricciante.