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America Latina

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Come fare un film di genere e camuffarlo tra i meandri di ostentate esegesi esistenziali. Non è un reato, intendiamoci – l’arte non dovrebbe avere nulla di sacro o intoccabile, nemmeno il suo stesso parlarsi addosso. Bisogna però, necessariamente, guardare al risultato: per “America Latina” di Damiano e Fabio D’Innocenzo è un nì. Attesissimo dopo l’exploit di “Favolacce”, apprezzato alla mostra di Venezia e soprattutto blindato fino all’uscita nelle sale (nonostante il passaggio al Lido, nessuno è riuscito a far trapelare uno straccio di spoiler), è un noir surreale – inevitabilmente casareccio, una tara forse naturale per gran parte dei cineasti italiani della nuova generazione. Insomma, un precario equilibrismo di suspence, che sta a metà tra Dario Argento e Shining, con le blasfemie e le incompatibilità del caso.

Calibro 9

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Questa mia recensione su "Calibro 9" di Toni D'Angelo, presentato fuori concorso al Torino Film Festival , è stata pubblicata sul Quotidiano del Sud

Parasite

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Scene di lotta di classe in una Corea del Sud surreale che, fino a poco più di un mese fa, all’epoca del trionfo agli Oscar di “Parasite”, sembrava narrata in futuro distopico. A vederlo oggi, in piena quarantena da Covid-19, questo film di Bong Joon-ho che merita tutti i premi guadagnati (i più importanti, oltre le quattro principali statuette dell’Academy, sono la Palma d’Oro, un Cesar, un Golden Globe e un David) appare un po’ meno fantascienza e ben più vicino a una contemporaneità da incubo in cui la vita è un incessante e spietato palio sociale tra gli esseri umani. Oggetto del desiderio non è la sopravvivenza tout court ma l’elevazione di status, lo scatto evolutivo di ceto e la conseguente esibizione di sfarzo come riconoscimento pubblico dello “strappo” evidente da quelli che restano giù, nei bassifondi.