La figlia unica


Leggendo “La figlia unica” di Guadalupe Nettel mi sono venute in mente le donne multitasking. Mogli e madri che lavorano, sono fisicamente in forma, tengono la casa pulita come uno specchio, cucinano da Dio comprese torte da alta pasticceria e tirano su figli impeccabili. Le ho sempre ammirate, non essendo io capace di tanta abilità. Ma mentre leggevo il romanzo di Nettel (edito da La Nuova Frontiera) ho pensato che queste donne non sono da emulare – non perché non sia bello o importante fare tutte queste cose, e bene: certo che lo è. Però esaltare questa perfezione (come ho sempre sinceramente fatto io) equivale a sminuire chi così non è per indole, minori qualità e, non in ultimo, magari perché non vuole. Agli uomini questa pluricompetenza non è mai interessata: quelli che oggi riescono a portare avanti la carriera e pure cucinare e cambiare pannolini non sono modelli per il loro genere, ma persone che lo scelgono. Mentre gli altri – i maschi eccellenti professionisti ma disordinati o incapaci a friggere un uovo – non sono reietti della società o minus habens, ovviamente nessuno si sognerebbe di vederli in questo modo.
Non so se questa riflessione sia femminista, come invece dichiaratamente è il libro di Nettel, che racconta la non maternità come scelta consapevole (sebbene, procedendo nella storia, il romanzo prenderà un’altra strada, del tutto diversa e ineluttabile). La scrittrice messicana lancia una bomba fortissima contro il mai demolito bastione dell’istinto materno – nonostante secoli di figlicidi e abbandoni di neonati, resta solidissima l’idea che la donna per genetica sia vocata al ruolo di madre, ne avverta il bisogno fisiologico e provi naturalmente un’affezione, viscerale appunto, verso coloro che ha generato (anche se a seguito di stupro o per giovanile incoscienza).
In questo bellissimo romanzo ci sono Laura e Alina, entrambe salde nel proposito di non generare vita perché convinte che i figli siano una zavorra per le donne, ingabbiandole in un ruolo assolutista che nega ogni altra possibilità. Poi però le loro strade si dividono: Alina cambia e desidera diventare madre insieme al marito Aurelio, ma una volta ottenuto l’obiettivo della gravidanza scopre che la nascitura ha gravissimi deficit genetici e morirà pochi attimi dopo essere venuta al mondo. La coppia si prepara dolorosamente al lutto, ma la neonata Inès sbaraglia le previsioni mediche e sopravvive: pediatri e neurologi insistono a preparare i genitori a una brevissima esistenza della bambina e in stato quasi puramente vegetativo, invece la piccola fa insperati progressi. Intanto Laura inizia a sentire attrazione verso i bambini ed è coinvolta nella difficile realtà familiare della vicina Doris e il figlio Nico, che ha ereditato aggressività e crisi rabbiose dal padre assente e precedentemente violento con l’ex moglie. E c’è Marlene, che non può avere figli e si attacca a quelli che accudisce (come avviene per alcuni animali con il parassitismo di cova) e aiuterà Inès a restare in vita.


Le donne della storia hanno una connessione fortissima - il filo che le lega è un innato impulso alla cura, alla solidarietà reciproca. Laura, l’unica biologicamente non genitrice né mai avvezza a occuparsi di bambini, diventerà la grande madre di tutte le altre. Forse, se un istinto naturale nelle donne esiste, non risiede nel sangue. Nettel lo dice con cruda concretezza, nessuno ha mai i figli che desiderava. Cinico, ma reale: tutti abbiamo deluso i nostri genitori, e quando lo diventiamo anche noi, i figli ci deludono, sempre. In questo romanzo le donne riversano amore e aspettative su altri figli, a qualcuna balena la terribile consapevolezza che anziché incatenarsi a un bambino ingestibile o malato sarebbe meglio liberarlo (e liberarsene prima di odiarlo). Su questo tema – il rifiuto di figli infermi - c’era stato qualche anno fa uno straordinario romanzo, “Strega d’aprile” di Majgull Axelsson.
La decisione di non avere figli è oggetto di un dibattito feroce nella società femminile. Si toccano nervi scoperti, s’incide su cicatrici inguaribili. Lesbiche e donne infertili diventano i trofei da esibire per lotte intestine tra idee opposte (e non tutte libere, se vogliamo usare onestà intellettuale).
Apro una parentesi sul femminismo: ho sempre parlato e scritto a favore delle donne, perché vivere nel mio sesso non è facile e non lo sarà mai. Ma sulla base di caratteristiche e scelte socialmente classificate, io non sono considerata una “Femminista” e per questo sono stata spesso disapprovata da donne che invece si fregiano di quella lettera maiuscola – in pubblico, salvo agire in privato in modo offensivo per la dignità femminile e avversario di chi chiamano “sorella” (chiedo sommessamente: si può essere “Femministe” e stare accanto a uomini squallidi difendendo il loro operato?).
Quelli che ho subìto si chiamano pregiudizi - di solito sono combattuti come radici del patriarcato e invece appartengono a molte femministe. Una di queste volte sono stata attaccata per aver affermato qualcosa che un’autrice militante come Nettel esprime con pura oggettività, scevra da timori reverenziali. La donna è biologicamente unica per la sua capacità di portare in grembo la vita e portarla alla luce. Scrissi questo nella prefazione del mio libro “10 grandi donne dietro 10 grandi uomini”, edito da Laurana, e fu un diluvio di improperi. Nei commenti a un post piccato di Loredana Lipperini sul mio libro, diventai la classica femmina nemica del suo genere e complice della cultura patriarcale. Mi accusarono di perpetuare la schiavitù che imprigiona le donne al ruolo di madre, ma io parlavo soltanto di natura. E la natura semplicemente è, da sempre. Non vuol dire che sia giusta o bella, no. La natura è la stessa che fa nascere qualcuno con il germe di un male ereditato da altri. La stessa che blocca in un corpo che nel cuore e nella mente si sente sbagliato. La stessa che fa morire chi ha condotto una vita salutare e salva gente che ha fatto stravizi. Ricordo le parole di una zia alla giovane nipote che voleva tingere i capelli. La zia, contraria, commentò: «Ti staranno sicuramente male… lasciali così, la natura non sbaglia». Non è vero. La natura sbaglia ed è spesso ingiusta – prendere atto della sua innegabile essenza non significa celebrarla. Ma è pure terribilmente vero che nessuno può scappare dalla propria natura, un destino a cui è inutile opporsi perché «andrà come deve andare», commenta uno dei personaggi del romanzo. E’ una sentenza inappellabile: «Nessuno sfugge a questa cosa, mai».
Femminismo e dintorni, aggiungo un ulteriore pensiero. Ci viene contestato parlare dell’utero come contenitore di vita – occorre farlo a bassa voce e prive di gioia, pena essere tacciate di connivenza con la lunga ghettizzazione derivata dalla prerogativa, finora esclusiva del nostro sesso, di procreare. Ecco, credo che “La figlia unica” sia una lettura necessaria per le donne. Guadalupe Nettel racconta una storia dura, non prende comode scorciatoie per aggirare gli ostacoli, sventare le critiche, prendere applausi. Essere prima figli e poi genitori non è una gara e i successi sono rari. La maternità ha a che fare, per ognuna, con le decisioni e le certezze quanto con gli errori, i plagi e la paura. Ma, anche se può non piacere, ha a che fare soprattutto con il corpo – e soltanto con il corpo delle donne.
Questo libro è un’occasione per smorzare rigori ideologici. Da ogni parte: le femministe ultramilitanti per certe spietate condanne delle altre donne; le femmine di almeno due generazioni per l’assorbimento spesso inconsapevole di subliminali schemi di compiacenza all’uomo.
Ho sempre pensato che le ragazze millennial, al netto della diseducazione assimilata dai social, siano più mentalmente libere di noi sul rapporto tra i sessi. E infatti di questo romanzo mi rimarrà nel cuore il personaggio più giovane, Inès. Attaccata tenacemente alla vita, più forte della scienza e dell’inadeguatezza degli adulti, questa neonata donnina è una straordinaria maestra di volontà. Ci sbatte in faccia ciò che preferiamo non ammettere neanche a noi stesse: siamo le prime a non volere realmente che le cose cambino. Probabilmente perché quello che vogliamo davvero non lo sappiamo, perse dentro un labirinto dove desideri, rimpianti e rimorsi sono inebrianti strade infinite, eppure cieche, senza via d’uscita. 

(credit per la foto di Guadalupe Nettel, tratta dal web, Lisbeth Salas)

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