Finti scandali e donne un passo indietro, ma vince la canzone con il cuore più tenero




La vittoria di due uomini che cantano focose parole d’amore tra sospiri e sguardi languidi supera quella dei trasgressivi Maneskin, il cui trionfo lo scorso anno indispettì i cultori sanremesi perché la loro “Zitti e buoni” non era la classica canzone da festival. “Brividi” di Mamhood e Blanco lo è (in evoluzioni canore ricorda “Fai rumore” di Diodato, penultimo vincitore degli annali), e nello stesso tempo è, senza quelle innovazioni pretestuose che spesso sortiscono l’effetto opposto, una delle cose più dirompenti viste sul palco dell’Ariston - se si pensa che a votare i due artisti sono stati, oltre a critici e orchestrali, gli italiani da casa. 
Conquistati coralmente da quel brano che racconta un amore disperato, fragile eppure più forte di tutto – che forse è tra due maschi e forse no, ma il sospetto viene (e la coppia di cantanti, protagonista del gossip presanremese, non ha fatto niente per dissiparlo). Laddove però nel 2021 le parolacce dei Maneskin avevano fatto gridare allo scandalo i puristi (ma Damiano e compagni non erano stati gli unici a usare “four letters words” e quest’anno sulla stessa ciao l’etere rimbomba di quell’orecchiabilissimo “con le mani e con il culo” della Rappresentante di Lista), stavolta l’insinuarsi tra le note di una certa poetica gay non è dispiaciuta, anzi – salvo i deliri nazionalisti di Mario Adinolfi e la reprimenda filosofica di Diego Fusaro a difesa dell’ordine erotico tradizionale.
Mamhood e Blanco sono stati così intensi da far dimenticare tutto quello che non era musica, davvero da brividi. Il giovanissimo cantautore poi, al momento dei ringraziamenti di rito, parafrasando un suo tormentone, ci fa impazzire andando a baciare la mamma seduta nel pubblico con un gesto di tenerezza spontaneo e da sciogliere i cuori. Così come la citazione sentimentale di Michele Bravi, che ha portato con sé le fedi nuziali dei nonni per sentirli vicini come numi tutelari sul palco. E certamente in tempi che, come direbbe il Tony Brando di Verdone e De Sica “si tolgono le mutande e te le lanciano in diretta”, l’amore non sfacciato ma pudico è stato grande protagonista al festival, da Noemi che canta “ti amo ma non lo so dire” a Giovanni Truppi che confida le sue vaghezze ai genitori, come un ragazzino. Anche Achille Lauro, mezzo nudo ed esplicito come sempre, non ha colpito per i suoi ultimi eccessi (blasfemia e mimica masturbatoria) ma è piaciuto quando ha offerto un mazzo di rose infuocate alla partner di duetto Loredana Bertè, dedicandogli una poesia di maschio che chiede scusa dei suoi errori ispirata a “Sei bellissima”.
Lo avevamo capito proprio dai Maneskin, irriverenti e disinibiti ma attentissimi a sfoggiare una natura da bravi ragazzi che non si drogano e rispettano le regole (al punto di autocensurarsi per partecipare all’Eurovision, dove avrebbero vinto consacrando un anno stellare): il genio bello e maledetto è fuori moda. 
La prova lampante all’Ariston è stata la gogna social mista a pietismo buonista su Gianluca Grignani. Invitato un po’ per elemosina, come tassello principale del carrozzone di disgrazie e derelitti messo insieme da Amadeus timbrando il cartellino della manifestazione “impegnata”, ha diviso la gente tra chi lo ha cinicamente perculato per l’evidente declino umano apparso come un pugno in faccia al pubblico; e chi ne difendeva il talento che fu, ricordandolo ai tempi d’oro. Che tali non sono stati mai, in effetti, perché Grignani soffriva già allora, quando la sua popolarità preludeva a una carriera da star (“Destinazione paradiso” e “Falco a metà” cosa sono se non metafore del suicidio?)
E’ stato lui, quell’uomo esibito come un trofeo del fallimento sotto l’occhio dei voyeur, mentre ostenta una fierezza che non convince nessuno (“tornerò quando qui si farà di nuovo rock”), il vero diverso del festival. 
Anche se, benedica, si è tentato di portarne tanti altri. Disabilità, razzismo, mafia, bullismo, omofobia: cose di cui si deve parlare, altrimenti diranno che Sanremo è scioccherello. Invece quest’anno era il contrario, avevamo bisogno non di filippiche ma di leggerezza, e sì, persino di Checco Zalone. Bellissimo però il pezzo di Marco Mengoni con l’attore sorrentiniano Filippo Scotti sullo hate speech. Quelle parole che non sono un copione ma verissime, molte delle quali vomitate dallo shitstorming social proprio nella settimana sanremese, agghiacciano per la loro dirompenza malvagia. Ne sentiamo discutere spesso ma non è mai abbastanza. E ogni volta fa paura nello stesso modo, per noi e i nostri figli.
Quest’anno in modo smaccato Amadeus ha cercato lo scandalo, più che altro costruendolo a tavolino e nove volte su dieci facendo abboccare all’amo i telespettatori. Uno su tutti, Zalone. E’ stato il solito tamarro senza infamia né lode ed è imbarazzante persino l’idea di un’esegesi della sua comicità, ma incredibilmente la sua innocua gag su trans e principi calabresi ha sollevato un polverone.
Ma dove Amadeus ha centrato il bersaglio è stato con Drusilla Foer. Soubrette raffinata, ironica e talentuosa. Per lei una planetaria standing ovation al grido di “finalmente una donna che sa tenere il palco”. Peccato che donna non lo sia e nemmeno trans, ma un bravissimo attore, Gianluca Gori, il quale tra l’altro pur adorando Drusilla vorrebbe fare altro, ma purtroppo lavora soltanto en travesti. Un personaggio che confonde le idee e destabilizza. Tra quanti lo hanno definito più femminile delle donne (un ossimoro assurdo), molti davvero credono che sia una persona transgender. No, no, quello è un personaggio. E la sua splendida verve sul palcoscenico (compreso il siparietto con Iva Zanicchi, amplificato da una ricostruzione fake dell’episodio ma ugualmente uno a zero per Drusilla) ha prestato il fianco all’ennesima danza televisiva sessista.
Non che ce ne fosse bisogno. Qui ci vuole Zalone, che lo ha detto nel suo modo rustico ma lapidario. Ragazzi, Amadeus è un coriaceo maschilista. E dal dì della spaventosa frase di due anni fa sulle donne “un passo indietro”, continua a non smentirsi scegliendo come co-conduttrici donne che sono scientificamente votate alla figuraccia, ai commenti di grana grossa o al ruolo sacrificale di belle statuine. Quest’anno c’erano Ornella Muti, notoriamente non una mattatrice fuori dal set e inoltre massacrata dalle invidie social per la sua bellezza imbalsamata dal bisturi; Lorena Cesarini, emotiva e vittimista fino a irritare i telespettatori (gli hater razzisti contro di lei però sono realtà, non una sua lamentosa invenzione); Maria Chiara Giannetta, inconsistente nell’apporto artistico al festival e diligente allieva del mansplaining di Amadeus su tempi e inquadrature; e una Sabrina Ferilli con personalità da vendere, che dice pane al pane chiarendo di non dover giustificare con numeri circensi vari la sua presenza all’Ariston, ma con il suo monologo di fatto lo conferma
In mezzo a loro Drusilla, che è una cattiveria. Perché tutti l’hanno messa in competizione con le donne vere. Nessuno ha citato altri grandi interpreti maschi di personaggi femminili, da Dustin Hoffman di Tootsie a Paolo Poli e anche il principe della risata Totò. Alcuni omosessuali, altri super-etero ma conta poco, si parla di arte e basta. Però le femministe si sono offese e hanno ricordato il teatro antico, dove la recitazione era preclusa alle donne e anche i ruoli muliebri erano dei maschi. E si sono indignate anche le trans che identificano Drusilla in una caricatura (non tutte, molte amano la Foer come vessillo di inclusione perché non è la solita bambolona imbottita di ormoni e oggetto di segrete perversioni ma una nobildonna chic). Di certo Drusilla è stata l’unica a poter dire ad Amadeus “ma lei vuole farmi fare la valletta”? Va benissimo e qualcuno doveva finalmente dirlo, ma se lo dice un uomo a un altro uomo, si consenta, ha un valore decisamente inferiore.
Alle donne questo festival di Sanremo ha concesso la par condicio degli occhi invitando una carrellata di sex symbol maschili, dal tennista Matteo Berrettini, a Damiano dei Maneskin, a Raoul Bova e Lino Guanciale. Mentre i signori uomini, come dice Zalone, sono un po’ rimasti a bocca asciutta perché non c’era neppure una tettona scema. Un passo avanti? Che la rivoluzione sia scimmiottare i peggiori difetti degli uomini non mi sembra questo gran traguardo (e poi si creano mostri, come l’assatanata Zanicchi con il chiodo fisso, che non vede l’ora di dire ai quattro venti quante volte al giorno fa sesso). E non serve e non basta il gesto di rappresentanza, come quello femminista di Emma. Da quel palco diventa "il corpo e mio e lo gestisco io però come vuoi tu". Zitta e buona.
Nonostante le promesse di una trasmissione più snella siano naufragate dopo la prima puntata e come tradizione si siano fatte le ore piccole, l’audience è stata un successo senza precedenti e quindi il promosso Amadeus dovremo sorbircelo ancora. Situazione che rimanda a parallelismi con la politica, ma per fortuna al festival si è parlato pochissimo di Covid e green pass. Anche se è sconvolgente che nessuno abbia mosso ciglio per le inutili battutacce di Fiorello sugli effetti avversi del vaccino, trasformate in una parodia no vax senza rispetto verso chi quei danni li ha subiti davvero.
Nel bene e nel male, per sette giorni il festival ci ha distratti dalle angosce di questa interminabile pandemia e alla fine l’esplosione di abbracci senza ritegno né prevenzione (che ricordano quelli a cui si abbandoniamo con i nostri cari dopo essere usciti da una quarantena) sono l’augurio di cui c’è bisogno. Cioè che davvero è andato tutto bene e siamo ancora qui, a poter parlare di canzonette.







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