Barcelona realizza il sogno di Gaudì e tocca il cielo
Guardarsi attorno è il gesto più frequente di chi visita a Barcellona, di chi ci vive. Tutto quello che l’occhio riesce a catturare svela bellezza, passione e un’irrisolvibile contraddizione tra gioia e dolore connaturata all’umanità. La Sagrada Familia è visibile da ogni parte della città, quasi un’apparizione marziana: così bella e imponente da non sembrare vera neanche quando si arriva davanti a una delle maestose facciate. E per capirlo si deve alzare lo sguardo.
“Alça la mirada” è proprio l’invito che ha fatto da claim all’evento della benedizione della torre di Gesù Cristo, culmine della visita di papa Leone XIV in Spagna. Il Santo Padre non l’aveva mai vista, ma guardando in alto con lo stesso stupore della prima volta l’hanno ammirata pure il re Felipe e la regina Letizia, il premier spagnolo Pedro Sanchez e il presidente della generalitat catalana Salvador Illa, l’orgoglioso sindaco di Barcellona Jaume Collboni.
In una notte magica, Sagrada Familia è diventata ufficialmente la chiesa più alta del mondo inaugurando la croce bianchissima e lucente (anche di giorno, per effetto dei materiali utilizzati e i bagliori naturali del trencadis di Gaudi) che tocca il cielo azzurro, colore di una sfumatura “signature” che esiste soltanto a Barcellona. L’architetto voleva che dai bracci della croce si allargassero raggi di luce per far risplendere la città anche in piena notte. È stata creata esattamente così.
Dopo l’atto del pontefice, la torre si è accesa tra gli applausi della folla e uno spettatore speciale, Antoni Gaudi, l’architetto venerabile che potrebbe diventare santo ma per la sua gente è già una divinità. Nel centenario della sua tragica morte (lo investì un tram mentre andava a messa come ogni giorno nella chiesetta di Sant Felip Neri, defilata in un vicolo nascosto del quartiere gotico e che porta incise le ferite di un bombardamento), durante la cerimonia la città lo ha immaginato come un’immensa creatura disegnata dai droni e sospesa nella notte, che sorride assistendo alla realizzazione del suo sogno.
Ed è Gaudi che il popolo ha celebrato, ben più che il papa, ospite illustre e amatissimo dalla numerosa platea dei cattolici. Ma a Barcellona Leone ha subito percepito un’atmosfera molto diversa da Madrid, capitale spagnola nella quale aveva iniziato la sua visita pastorale.
Inevitabile che si scatenasse il campanilismo tra le due capitali – Barcellona lo è altrettanto, nella rivendicazione di autonomia catalana - della Spagna, divise da veleni politici e separatisti (abbiamo sentito a Bcn i fischi indirizzati ai reali): Leone a Madrid indossa la maglietta calcistica del Real – sacrilegio per i barcellonesi – ma a Barcellona rifiuta l’abito istituzionale per addentrarsi nel famigerato Raval frontiera di scippi e aggressori (una celebre via si chiama, non a caso, Carrer d’en Robador) e incontrare i volontari della carità, molti dei quali di origini straniere.
Poi visita i detenuti, prega sulla tomba della giovanissima martire Santa Eulalia, una delle patrone della città e soprattutto smorza le polemiche generate alla vigilia del viaggio rivolgendo ai devoti in catalano e dimostrando di rispettare la lingua minacciata dal predominio castellano fino al rischio della sopravvivenza.
A Barcellona i Papa Boys salutano Leone con l’entusiasmo della loro età, e nelle varie tappe della visita pellegrini e devoti attendono serenamente sotto il sole cocente finché il pontefice (che ha alloggiato nel palazzo episcopale, cioè nella zona della città vecchia a maggiore intensità turistica e gentifricazione) si fa vedere nella piazza della cattedrale o al balcone. Fuori dallo stadio del Montjuic, dove si svolge l’atto di preghiera collettiva, i giovani confidano la loro fragilità chiedendo al Santo Padre una direzione per crescere in questa epoca senza certezze.
Lungo l’area più centrale dell’Eixample, percorsa della papamobile in direzione della Sagrada Familia, si noleggiano scale e qualche filibustiere tenta un mercato nero di terrazze, che ha poco successo (quella è roba da guiri pieni di soldi, la gente di Barcellona non può più vivere nella propria città svenduta agli airbnb). Leone prende in braccio i bambini, parla di migranti, pace e armonia tra popoli, stizza l’occhio ai social con il tormentone del six-seven a beneficio di passaparola virali.
A celebrare Leone sono in tantissimi, ma qui le bandiere con i simboli ecclesiastici e le magliette azzurre della diocesi rimangono in minoranza nel tripudio di senyeras catalane, che molti indossano anche come mantelli. In realtà, rare sono persino le bandiere ufficiali della comunità autonoma, nella distesa delle rivoluzionarie estaladas degli indipendentisti.
Ed è un modo per dire che questa festa va ben oltre la religiosità del luogo, un tempio espiatorio che si edifica da oltre cento anni grazie ai contributi di donazioni e biglietti dei turisti (le sole parti realizzate in vita da Gaudi sono patrimoni Unesco).
La Sagrada Familia è l’orgoglio di un popolo e una città che rivendicano un’opera unica al mondo e la genialità di un catalano che non fu soltanto maestro di arte a architettura, ma uomo sensibile capace di fare della natura un veicolo di comunicazione con Dio.
Gaudi dedicò la sua vita alla costruzione della Sagrada nella consapevolezza di dover lasciare la grande opera in eredità ai suoi successori, senza nessuna superbia dirigenziale, anzi consegnandola a un obiettivo collettivo nel quale ogni diverso contributo sarebbe stato ricchezza. “Non vorrei terminare io i lavori – scrisse – L’opera di un solo uomo è misera e morta già alla nascita”. Sicuro di avere dalla sua parte Dio, che riconosceva come supremo ispiratore del lavoro, un committente che non ha fretta.
Proprio questo è l’elemento senza possibili paragoni di Sagrada Familia. La Junta Constructora è riuscita ad avverare la visione di Gaudi, l’immagine del tempio che l’architetto aveva condiviso nei suoi disegni quasi un secolo e mezzo fa. Rispettando rigorosamente quel limite di altezza da non derogare: la mano umana non deve superare l’operato divino, cioè la natura, e per questo la torre appena inaugurata è meno alta della collina di Montjuic, meraviglia che per Gaudi era un regalo sacro di Dio a Barcellona.
Oggi quel “graciés” scritto dai droni nel cielo nella notte magica della città potrebbero averlo firmato i barcellonesi oppure l’uomo Antoni per ringraziare la sua gente che ha trasformato quella fervida e incrollabile immaginazione in realtà.
Papa Leone ha acceso un lume per ricordare Antoni Gaudi nella cripta del tempio dove si trova la tomba dell’architetto. Durante la cerimonia di benedizione, abbiamo visto un pontefice umile e profondamente connesso con l’anima della città rappresentata dal grande personaggio che prima di lui Francesco ha dichiarato venerabile.
Nel momento dell’accensione della torre, il pubblico nel piazzale della basilica è un tutt’uno di anime con quello riunito nel celebre viale modernista intitolato al genio e che riempie le strade limitrofe. La Sagrada è abbastanza alta perché tutti la vedano, anche se distanti. Le luci e poi i fuochi d’artificio emozionano fino alle lacrime: chi è lì fa parte di un unico corpo di umanità capace di elevarsi fino al cielo semplicemente alzando lo sguardo verso la bianca croce.
“Prima l’amore, poi la tecnica”, diceva Gaudi, e le sue celebri parole hanno brillato ondeggiando dietro la sagoma del tempio, composte dai droni colorati. In catalano, perché la salvaguardia della lingua era una missione per l’architetto di Dio, nato nella cittadina di Reus, in provincia di Barcellona, e che aveva il sogno di donare alla sua Catalunya un’opera che la facesse entrare nella storia, celebrata in tutto il mondo.
Oggi quel sogno si realizza, ma la Sagrada Familia rimane presidiata dalle gru e abitata da una popolazione incredibilmente omogenea di turisti, visitatori, architetti e operai che continuano a costruirla mossi dalla devozione di un’impresa sacrale.
Sulla strada della conclusione totale dell’opera ci sono ostacoli burocratici, interessi economici, proteste e contestazioni, ma nello speciale centenario di Gaudi, è stato dimenticato, o almeno allievato, ogni male della città nascosto dall’etichetta spensierata di Disneyland iberica, paradiso di sangria, paella e feste in spiaggia. Molti barcellonesi non sono mai entrati all’interno della Sagrada perché non possono permetterselo. Le messe a libero accesso, spifferate dai content creator, non sono più zona franca, ormai contaminate dalle lunghe code di infiltrati che tentano una visita a scrocco.
Servirà forse un altro decennio per vedere la facciata più ardita del progetto Gaudi, quella della Gloria, che ospiterà l’intero racconto dell’esistenza umana secondo la Bibbia, rappresentato da sontuosi simbolismi tra porte, nuvole e colonne.
Se mai accadrà, sarà a costo di espropri di un intero quartiere, dove in tanti avevano comprato a prezzo agevolato ben sapendo di dover un giorno andare via. Ma hanno creduto nell’illusione dell’eterna incompiuta, quel miraggio che gli avrebbe garantito una casa altrimenti irraggiungibile, più dello sguardo avveniristico di Gaudi.
C’è chi dice che a Barcellona nessuno vuole davvero che Sagrada Familia sia completata, perdendo così la sua unicità. Adesso il prossimo obiettivo è rendere agibile la visita alla torre più alta e la croce, ancora chiuse al pubblico. Ovviamente il biglietto sarà luxury, alimentando le contraddizioni dell’Obra, contesa tra consumismo e spiritualità.

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