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Freud

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Ho visto la serie tv su Sigmund Freud con due mesi di ritardo: eccetto gli spoiler, sapevo cosa aspettarmi e cosa no. Sapevo che non si tratta di un biopic documentato e che di psicanalisi si parla poco e di casi reali zero. Premesse tutte sfavorevoli, che aumentano le probabilità che la miniserie Netflix non piaccia a chi (io ero tra questi) decide di guardarla perché interessato allo scopritore dell’inconscio e ai suoi studi. La prima puntata conferma dopo pochi minuti che il dottor Freud è semplice ispiratore di un plot misterioso e a tinte nere, al limite dell’horror. Forse autorevole nume tutelare, quello sì, di un racconto che, come appunto fece il padre della psicanalisi, indaga senza filtri le zone segrete dell’animo umano. Ma l’idea è: famolo “strano”, perché cosa c’è più spaventoso, visionario e perverso della nostra anima? Carta bianca, dunque, e acceleratore esoterico al massimo con virate decise sul raccapricciante.

Virus, cinema e realtà

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Psicologi e psicoterapeuti sono stati chiari. Chi sta vivendo stati d’ansia importanti a causa del panico da virus deve stare alla larga dal bombardamento di notizie, chat allarmiste, ipotesi di complotti, sussurri e grida. Dunque, se appartenete a questa categoria, non leggete questo post.

Parasite

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Scene di lotta di classe in una Corea del Sud surreale che, fino a poco più di un mese fa, all’epoca del trionfo agli Oscar di “Parasite”, sembrava narrata in futuro distopico. A vederlo oggi, in piena quarantena da Covid-19, questo film di Bong Joon-ho che merita tutti i premi guadagnati (i più importanti, oltre le quattro principali statuette dell’Academy, sono la Palma d’Oro, un Cesar, un Golden Globe e un David) appare un po’ meno fantascienza e ben più vicino a una contemporaneità da incubo in cui la vita è un incessante e spietato palio sociale tra gli esseri umani. Oggetto del desiderio non è la sopravvivenza tout court ma l’elevazione di status, lo scatto evolutivo di ceto e la conseguente esibizione di sfarzo come riconoscimento pubblico dello “strappo” evidente da quelli che restano giù, nei bassifondi.

Tutti e tutte un passo indietro

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Ieri è stato un 8 marzo senza tante mimose in giro e sui social. Meme e battutacce quasi zero, raduni di fanciulle festaiole (si spera) zero anche. Sarebbe stata forse la volta buona per parlare, fuori da consumismi, frasi celebri e auguri, del vero senso della Giornata internazionale della donna, ma purtroppo non ho letto quasi nulla sull’argomento – tranne le solite menate, fortunatamente più sporadiche degli scorsi anni, di pseudo femministe intrise di banalità, incazzature ipocrite e atti da sepolcri imbiancati. 

Hammamet

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Il primo sospetto di agiografia è facilmente fugato. Perché parlare proprio di Craxi? Quale bisogno c’era di dedicare un film al personaggio più iconico (secondo, in base ai punti di vista, forse soltanto a Giulio Andreotti) del marciume della Prima Repubblica? Perché? Ad esempio, perché Gianni Amelio presenta il suo “Hammamet” a pochi giorni dal ventennale dalla morte del leader socialista e dunque l’occasione è, senza retropensieri, propizia per rispolverare la memoria storica di un nome importante della politica repubblicana, peraltro ancora ispiratore d’infiniti dibattiti teoretici tra accuse e riabilitazioni. E già questo basterebbe per motivarne la scelta - insieme, certo, alla solida fede socialista del regista calabrese.

Sergio Cammariere "La fine di tutti i guai"

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Questa mia recensione al tour di Sergio Cammariere “La fine di tutti i guai” a Lamezia Terme, è stata pubblicata oggi sul Quotidiano del Sud

Bobby Watson Quartet

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Questa mia recensione al concerto di Bobby Watson Quartet per Reggio in Jazz è stata pubblicata oggi sul Quotidiano del Sud